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Pictor Segretus
22 febbraio 2003 - 22 marzo 2003 presentazione a cura di Francesco Gallo |
di Francesco Gallo
Mimmo Germanà appartiene, come amico e come artista, alla
mia storia personale, alla mia biografia intellettuale, alla concezione
della critica come ricerca della qualità che vive nella differenza
degli idola specus e degli idola fori, nell’insoddisfazione
del presente che viene proiettata nelle escursioni dell’immaginario,
dall’invenzione concettuale al trovamento del genius loci,
già da molti anni, molti anni prima della sua immatura morte.
Gli anni di Catania, della fiducia nel futuro, del disordinato
calcolo delle speranze, poi gli anni di Milano,della realizzazione
concreta di tante promesse, del successo, ma anche di tante disillusioni,
del dramma della vita, di una bella estate sulla spiaggia di Capo
d’Orlando e poi nel punteggio della malattia e l’ultima
mostra.
Una conoscenza che viene da lontano, che ha raccolto le confidenze
dell’uomo e quelle dell’artista, seguendone le fasi
della felicità creativa e comunicativa e quelle della disperazione,
in una pendolarità irreparabile che ne ha contrassegnato
la singolarità e la relativa maledizione di vita, la sostanziale
segretezza.
Non gli è mai mancata l’attenzione della critica più
avvertita, in una valutazione alta del suo lavoro,della sua qualità
di pittore, dell’elevatezza del suo drammatico e dissimulante
spirito poetico, questo è vero, ma con tutto ciò,
bisogna dire che c’è ancora, un’ampia zona da
decifrare,un ampio margine di crescita, per raggiungere, quello
che a me, ma non solo, sembra, il suo merito e comprendere la sua
originalità.
Probabilmente,in tutto ciò, ha influito la sua grande generosità,
la sua illimitata fiducia nelle persone, tante volte,anche a dispetto
delle esperienze negative, perché quello che più gli
interessava, era di poter lavorare, di dipingere, in maniera quasi
ossessiva, per dare sfogo ad una passione, quella di mettere in
scena il quadro della sua fantasia.
Una fantasia abbagliante, colorata, rapida, di gialli, di rossi,
di blu, quasi disarticolati nella rapidità d’impatto,
con cui vengono sbattuti sulla tela, solo quando lavora su carta,
il segno diventa dolce, suadente, carezzevole, a conferma del fatto
che la sua gestualità è parte integrante di una personalità,
di un habitus e non della mancanza di regole d’arte.
Quella di Germanà è, nonostante tutto, nonostante
le apparenze, una sintassi rigorosa della sua scelta espressionistica,
della scelta per la pittura d’impatto, che è la più
adatta al suo stile onirico e trasognato, di una pittura che venendo
da Monet ha trattenuto la vena rapida e immediata del rapporto con
la luce, vissuta nella sua fase di maggiore vivacità, nel
momento dello zenit, momento in cui le tonalità sono bandite
e sembra debbano uscire le sagome di Matisse e di Feininger, le
pose femminili di Max Pechstein, con il loro carico alcolico e sessuale,
in alcuni momenti anche la cromatica di Jawlensky, più che
quella dei suoi compagni di viaggio degli anni ottanta, Chia, Cucchi,
Paladino, Clemente, De Maria.
Germanà mette insieme l’ispirazione del momento, quella
che gli è dettata dalla particolare emozione, la sollecitazione
del fare, con la mediazione della memoria, con il ricordo
dell’immaginario storico complessivo, del transito delle avanguardie,
perché in lui convivono diversi aspetti di personalità
che, di volta in volta, prevalgono le une sulle altre, ma sempre
nel corpus di un modo di vedere le cose, in un suo modo fantastico,
poetico.
La fondazione del suo lavoro artistico, ha una connessione netta
con un suo ritorno alla pittura ricca di umori, di sollecitazioni,
vissuta in un primitivismo delle forme che maschera una genealogia
colta, quasi una filologia, che si carica di tutto un potenziale,
nello stesso tempo, dialogico e conflittuale, disteso nella coazione
a ripetere, in un infinito dialogo, in un infinito conflitto, ripetere
lo stesso volto, ripetere lo stesso gesto, su corpi e corpi, di
una mitologica nudità, nelle sembianze di una Venere nascente,
adagiata in un soffice cuscino di colore a simulazione di un mare
carezzevole, di una natura avvolgente.
Germanà si scopre amante del mito delle origini, con
l’immagine che vaga nell’intrigato labirinto di una
natura panica, soverchiante, antecedente ogni geometrica limitazione
del luogo, da naturale a culturale, come si addice ad un temperamento
dolce ma ribelle.
C’è una gioia d’essere
primitivo, uno sforzo ad esserlo veramente, o per lo meno a
sembrarlo, poggiandosi su un certo automatismo gestuale che non
tiene niente per sé, ma lancia tutto nell’arena del
combattimento, senza riserve e senza infingimenti, con spirito di
aperta e confessata trasgressione, di liberazione, affidando alle
opere un compito maieutico e salvifico, ma nell’immediatezza,
tirandosi fuori dalla testa quello che c’è, quello
che capita, immortalandolo sulla tela o sulla carta.
La sua finisce con l’essere una strana ricostruzione della
nostra natura e di quella delle cose, di quella viva o di quella
morta, intesa come grande madre del tutto, alterando tutte le connotazioni
in maniera caricaturale, in un senso anticlassico, che oggi possiamo
ritenere testimonianza di una stagione importante della nostra storia
dell’arte, in quanto ha segnato il ritorno della pittura in
quanto tale e nella piena legittimazione dello spirito della libertà
che porta dal labirinto al sublime.
Uno spirito difficile da seguire, perché con esso non ci
sono mai mete sicure, ma luoghi in cui è difficile orientarsi,
perché lo stesso spirito della ricerca si desta da se stesso
e diventa causa sui e ogni luogo diventa nessun luogo e tutti i
luoghi, sicchè gli spiriti deboli possono smarrirsi o diventare
monotoni avvolgitori di spirali mortali, banali decoratori di verità
consumate, mentre Germanà non finisce di sollecitare il nostro
sguardo a posizionarsi tra la aulicità della contemplazione
e lo sforzo straziante dell’attraversamento.
Germanà, per certi versi, è accanto alla poetica di
Breton, quando sollecita un certo surrealismo automatico, in direzione
di una freschezza espressiva, che è gioia del colore e
vibrazione del segno, immediatezza della mano a rispondere ad
uno stimolo della mente.
Perché la sua pittura si inscrive in una linea plastica di
contorni che vengono riempiti di colore e in questo senso si può
cogliere un’ascendenza da Guttuso, maestro colorista per eccellenza,
la cui lezione è stampata a lettere cubitali nella tradizione
italiana, anche se tanti fingono di non essersene accorti, egli
è stato come l’aria, la si è respirata.
In apparenza lontano dal realismo guttusiano, Germanà finisce
col coglierne la valenza più ricca e profonda, che affonda
nella luce marina della forza mediterranea, che va da una
Grecia ad una Sicilia, di un eros avvertito come canto dionisiaco,
capace di suscitare i colori, i sapori, le visioni, di una struttura
antropologica che sa di eternità, quella che s’inebria
di tutto ma non appartiene a nessuno, perché è vaporosa
evanescenza che non vive nella realtà quotidiana, del giorno
per giorno, ma è creatura dello specchio, nella sua interezza
favolosa, ma anche della sua frantumazione.
Un’interezza che, infatti, si può facilmente frantumare
in corrispondenza ad un destino di illusione e disillusione, al
cui capo c’è la dissoluzione del sentimento, in una
fusione avvolgente, aggrovigliata, nella metamorfosi di un paesaggio,
nell’infinitezza di un’onda, entrambe metafora di un’instabilità
apparente, perchè in realtà appartenenti alle evoluzioni,
alle mimetizzazioni di un universo concluso, ma non per questo meno
avvincenti nella possibilità d’inganno che fa sembrare
identità ogni alterità e rovescia ogni alterità
in identità, instaurando una circolarità irregolare,
che non si rende conto di se stessa, ma procede nei luoghi inesplorati
della mente, come farebbe in una grande e sconosciuta isola del
sogno ad occhi aperti, in una fascinazione sublime.
Germanà è l’espressione di una genialità
mimetica che sfida le ombre come forme di corruzione della fantasia
e del pensiero, con la forza della luce e del gesto,in una immediatezza
che è figlia di un padroneggiamento intellettuale e materiale
del mezzo espressivo, perché in fin dei conti è
questo che conta, il modo di raccontare, l’atteggiamento nei
confronti delle cose da dire e non le cose in se stesse.
La scelta dell’argomento è soggetta all’arbitrio
dell’artista, così come il modo di presentarlo e qui
si mostra tutto il rischio della leggerezza, fondato su un quid
che sposta l’asse del giudizio e lo dirige in una direzione
piuttosto che in un'altra, sperando di restare impigliato nella
rete dell’eclettismo contemporaneo, che ammette ritorni, ma
non ritocchi e aggiustamenti, in grande enigmaticità, come
è possibile in un immaginario che non prescrive i dogmi della
civiltà, ma si mostra nella nudità di un luogo originario,
dove non sono previste le repressioni del sogno e le censure del
desiderio.
Nel gioco formale dei quadri di Mimmo Germanà, tutto si svolge
in un gioco libero capace di fondare comportamenti stilistici,
come altre volte si sono formati, ma ogni volta è diverso,
ogni volta è come se fosse la prima volta e paradossalmente
più si è nella filologia e nella genealogia e più
si corre il rischio di essere originali.
L’originalità di Germanà è in questo
suo essere nel ritmo del linguaggio attuale, seppure con quel margine
di anacronismo che crea la differenza di potenziale e quindi lo
scorrimento dei significati, nella trama di un discorso polisemico,
per cui un volto è un volto, una natura morta una natura
morta, ma tante cose contemporaneamente, quante ne suggerisce la
fantasia di chi guarda.
E’ quel tratto di opera aperta che si nutre di non finito,
in quel palcoscenico a cui tutti vogliamo appartenere, per dire
la nostra seguendo il nostro gusto, per finire temporaneamente l’opera,
in attesa che poi altri lo facciano ancora.
Germanà è nella trama del discorso che ci avvolge
come un’aura, nel senso e nel significato, per cui torna a
noi come spirito vagante, come variazione di un modulo formale romantico,
che è all’origine di questo barocco sui generis, che
abolisce il centro del quadro, per disseminarlo dappertutto,
in un moto rotatorio a spirale, dove possono avvenire stacchi
netti o spostamenti appena percettibili.
Germanà ci appartiene in toto, come spirito italiano che
circola nelle vene di una figuratività che è nel nostro
costume profondo, in una sfera trasparente dove si vedono le
sfumature di un mondo considerato come forma della mutevolezza,
in cui il contenuto può apparire di assoluta immobilità
(è solo questione di distanza, di scala di valori) ma è
di esorbitante passione tattile, pulsionale, viscerale.
Perché c’è una componente che appartiene al
profondo, alla rimozione, là dove agiscono i fantasmi, quelli
che mutano ad ogni soffio di vento ad ogni sfumatura della luce,
che non hanno mai rotto i cordoni ombelicali con il proprio autore,
che li ha suscitati, lavorando alchemicamente su materiali vili
e trasformandoli in oggetti del desiderio,con la complessa personalità
dell’artista, immerso costantemente in una condizione mediana,
tra la fisica e la metafisica, nel senso d’essere in parte
cosparsa di sudore, di cospirazione organica, in parte liberata
da ogni legame materiale, come purezza e visibilità.